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COVID-19: A cosa serve il tampone?

Attenzione: post inizialmente destinato a soli medici, reso pubblico per favorirne la divulgazione.
Niente da nascondere ai non-medici ma magari di più difficile comprensione, sono comunque aperto a chiarimenti.

Tanti colleghi richiedono tamponi per tutti, altri si stupiscono che non vengono fatti su pazienti con sintomatologia palese … volevo condividere con voi alcune riflessioni, sperando che aiutino i colleghi e che permettano di smuovere qualcosa nel coordinamento di questa assurda situazione.

Una premessa.
Noi siamo quasi tutti clinici e siamo abituati a richiedere esami per confermare una diagnosi e, normalmente, lavoriamo in una situazione di abbondanza di risorse.
Un esame andrebbe richiesto solo se il suo esito è in grado di modificare il nostro atteggiamento clinico.
In questi giorni la realtà sta purtroppo cambiando e dobbiamo rassegnarci a lavorare in una situazione inusuale, di scarsità di risorse sia diagnostiche che terapeutiche.
Quello che si sta configurando è molto più simile ad uno scenario di guerra, dove le nostre azioni dovrebbero essere orientate ad un beneficio della collettività, piuttosto che del singolo paziente.

Dal punto di vista clinico dobbiamo quindi avere ben chiaro il ruolo diagnostico del tampone ed aver un’idea delle opzioni terapeutiche per il COVID-19.

Cos’è il tampone?
Il tampone è un esame che cerca l’RNA virale nelle mucose nasali e faringee. Questo esame è caratterizzato da alta specificità e solo discreta sensibilità (60-70%), è quindi gravato quindi da un’elevata quota di falsi negativi.

Quali terapie abbiamo per il COVID-19?
Per il momento abbiamo terapie di supporto ventilatorio (ossigenoterapia, NIV, intubazione) e terapie farmacologiche che possono migliorare leggermente l’outcome.
La situazione è tragica e non siamo più in grado di ospedalizzare tutti i pazienti.

Da queste considerazioni capite come, dal punto di vista clinico, il tampone non è così fondamentale.
Una raccolta anamnestica, saturimetria, walking test, EGA e ECO e TC torace ci permettono di fare una diagnosi di COVID-19 con una sensibilità maggiore del solo tampone. Inoltre questi esami, a differenza del tampone, ci danno anche dei parametri di gravità della situazione utili per valutare l’indicazione all’ospedalizzazione e/o a vari trattamenti.
Il tampone potrebbe essere solo un valido strumento clinico per chiarire situazioni sfumate che potrebbero avere una differente eziologia (il povero sfortunato che oggi ha una polmonite batterica o una tonsillite batterica).

Quindi il tampone non serve a niente?!
NO, il tampone è fondamentale ma non dal punto di vista clinico ma dal punto di vista epidemiologico.
Vediamo il perchè.
Penso che sia abbastanza chiaro a tutti che un enorme problema di questa nuova patologia sono i pazienti asintomatici/paucisintomatici che sono sicuramente tanti e sono sicuramente contagiosi. Dall’esperienza sui pazienti sintomatici sappiamo che il tampone può rimanere positivo a lungo, anche per molte settimane, dopo la fine dei sintomi e che quindi i pazienti possono essere contagiosi a lungo.
Non è chiaro per quanto tempo gli asintomatici e i paucisintomatici possano essere contagiosi ma è ragionevole pensare che possano esserlo per alcune settimane.
Se tutti stessero a casa il problema non si porrebbe, ma in tanti continuano a lavorare, per necessità o per direttive non così chiare, e i movimenti superflui non sono ridotti al minimo.
L’unica arma che abbiamo, attualmente, per identificare e isolare i pazienti asintomatici e paucisintoamtici è effettuare i tamponi come screening.

Dobbiamo effettuare i tamponi a tutti?
Sarebbe bello ma, come dicevo all’inizio, dobbiamo ragionare in un’ottica di scarsità di risorse.
Un modo efficiente potrebbe essere fare tamponi a tutti coloro che, adesso, stanno necessariamente avendo contatti sociali e movimenti (personale sanitario, forze dell’ordine, cassiere …), in modo da identificarli ed isolarli, rallentando la catena del contagio. Per il personale sanitario si potrebbe dare l’opzione di lavorare solo in reparti/terapie intensive COVID, comunque con i DPI e prestando la massima attenzione nelle aree “pulite”.

Un’altra idea che mi sono fatto è che il nostro sistema stia peccando nel non segnalare ed “etichettare” i pazienti con forte sospetto clinico di COVID-19.
Abbiamo tanti pazienti che chiamano 118, medici di famiglia, amici medici, CA, numeri dedicati, presentano sintomi fortemente suggestivi ma non ricevono un’etichetta formale della patologia.
Siete sicuri che stiano tutti a casa in isolamento per 2-3 settimane dalla fine dei sintomi? Ho già alcune esperienza dirette di persone che lavorano dopo pochi giorni dopo artalgie insorte dopo contatti con pazienti COVID-19 (nonostante le raccomandazioni del medico)

Sono sempre aperto a modificare il contenuto del mio post nel caso emergessero spunti interessanti.
In bocca al lupo a tutti